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Basilica

La Basilica si racconta

La Basilica dei Santi Pietro e Paolo veglia sul quartiere EUR di Roma sin dal 1955, testimoniando con la sua cupola in travertino la tensione verso l’alto dell’architettura sacra del XX secolo.

La Chiesa dei santi Pietro e Paolo all’EUR doveva essere decorata con opere d’arte, ispirandosi alla ricchezza della Cappella battesimale.

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La statua della Vergine

Nel 1958 la famiglia Belgo donò alla chiesa una statua lignea dell’Immacolata Concezione, scolpita dalla bottega alto‑atesina Moroder di Ortisei.

La Vergine, avvolta in un manto azzurro e in una veste rosata, poggia sul globo terracqueo schiacciando il serpente, icona della vittoria sul male. Dodici stelle dorate, originariamente illuminate, incoronano il capo santo, segno della donna dell’Apocalisse.

L’opera è un ponte tra fede popolare e sapienza artigiana, custode di un messaggio di luce che il restauro ha inteso restituire al suo splendore originario.

Madonna
Statua Moroder

Lo stato di conservazione

Con il trascorrere dei decenni la statua aveva perso la freschezza cromatica e la nitidezza delle dorature: strati di polvere e sporco grasso ingrigivano il volto di Maria, schizzi di pittura murale e piccole bruciature da luminarie oscuravano il manto, mentre vernici lucide ossidate macchiavano la superficie «a pelle di leopardo».

Ridipinture posticce, stese con tonalità più accese di rosa e di azzurro rispetto agli originali, sovrascrivevano i dettagli finissimi delle finiture dorate. La base lignea presentava abrasioni e leggeri fori da insetti xilofagi; alcuni cristalli della corona erano mancanti o opacizzati.

Dunque, l’obiettivo del restauro è stato quello di restituire unità visiva e integrità materica senza cancellare la patina del tempo, affinché la statua tornasse a parlare al fedele contemporaneo con la stessa luminosità concepita dallo scultore nel 1958.

Immagine Madonna
Immagine Madonna
Immagine Madonna
Immagine Madonna
Immagine Madonna
Immagine Madonna
Immagine Madonna
Immagine Madonna

Il processo di restauro

Il primo gesto è stato di ascolto: l’opera è stata accolta in laboratorio e lasciata «raccontare» la propria storia. Con luce radente, microscopia portatile e test di solubilità si è mappato lo strato pittorico, si sono identificate le ridipinture, la vernice ossidata e i punti di stress strutturale. Questi dati hanno generato una cartella clinica dettagliata su cui calibrare ogni intervento successivo.

La rimozione dello sporco non è stata una mera operazione tecnica, ma un atto di gratitudine verso la maestria originaria. Si è proceduto con bisturi affilati e tamponi in cotone per allontanare polveri e schizzi di cera. Successivamente si è applicata una delicata soluzione di triammoniocitrato e acido citrico – un «bagnala luce» capace di sciogliere i grassi senza intaccare i pigmenti antichi. Nelle aree segnate da bruciature, brevi e controllate passate di acetone e alcool hanno abbassato l’ombra scura rivelando la brillantezza sottostante. Ogni passaggio è stato accompagnato da fotografie macro e da prelievi di prova per garantire la massima reversibilità.

Là dove le vecchie ridipinture avevano ferito il disegno originale, il restauratore è intervenuto come un sarto che rammenda un tessuto prezioso. Pennelli finissimi, pigmenti Winsor & Newton ad acquerello e un medium trasparente hanno permesso di riallineare i toni senza cadere nell’inganno dell’imitazione perfetta. Si è scelto il tratteggio «secco» – leggibile da vicino ma impercettibile a un paio di metri – in modo che l’osservatore distingua il confine fra l’opera dello scultore e la mano del restauratore.

Le finiture dorate, annerite o abrase, sono state velate con tempera gouache Maimeri tono oro antico, distesa in strati sottilissimi per riaccendere la luce senza sovraccaricare la superficie. La corona metallica con dodici stelle – eco del capitolo dodici dell’Apocalisse – è stata pulita a secco con spazzole in ottone, liberando la doratura originaria. I cristalli perduti sono stati ripristinati e quelli staccati reincollati con adesivi reversibili, affinché la luce – fisica e simbolica – tornasse a rifrangersi intatta.

La luce restituita

A conclusione dell’intervento un sottile velo di cera microcristallina, scelta per il suo alto punto di fusione e la piena trasparenza, ha sigillato il policromo.

La statua è stata quindi riconsegnata alla Basilica l’8 dicembre 2024, solennità dell’Immacolata: un gesto carico di significato liturgico.

Davanti agli occhi dei fedeli, i colori tornati vibranti narrano ora la vittoria della bellezza sul degrado, rimandando al mistero dell’Incarnazione – la materia che diventa epifania del divino